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Прогулки с Гоголем

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Бюро утешествий - прогулки с Гоголем по Риму

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GOGOL’ E LE VILLE DI ROMA. Rita Giuliani

Ai tempi di Gogol’, Roma era molto diversa da come appare ai nostri giorni: era una Città-Arcadia. Dal XVI all’inizio del XIX secolo caratteristica permanente di Roma fu infatti la Stimmung arcadica e pastorale, come mostrano i dipinti e le stampe d’epoca, dove la Roma architettonica è inscindibile dalla ruralità e dalla vegetazione che la penetra e l’avvolge nei giardini dei palazzi, delle ville, dei monasteri. Città e campagna, Arte e Natura, “parco arcadico, ager o hortus, liberato dal frastuono e dai furori della Storia”.
Lo aveva chiaramente còlto Gogol’, che nel novembre 1837 scriveva a Pletnëv da Roma: “Tutto è bellissimo sotto questo cielo […]. È città e campagna insieme” (XI, 114-115).
Nei primi soggiorni romani, almeno fino al 1841, Roma appare agli occhi di Gogol’ come un Eden, un paradiso terrestre. A Roma egli trova l’idillio, una dimensione di vita paradisiaca, come attestano l’epistolario e il racconto Roma (Rim).
Era la struttura stessa della città a consentirne una simile percezione. Museo en plein air, ancora al momento dell’annessione (1870) al Regno d’Italia Roma era costituita al 70% da spazi liberi da costruzioni, dove piante e fiori crescevano rigogliosi, tra rari edifici, molti orti, conventi, grandi ville nobiliari e alcune passeggiate pubbliche.

 
Кассас. Вид на холм Авентин

In epoca moderna, le ville nobiliari erano comparse a Roma a partire dal XV secolo. Esse erano centri di vita economica e sociale, residenze create come luogo non solo di diletto e svago per le famiglie della nobiltà, ma anche di raccolta ed esibizione di collezioni d’opere d’arte, come cenacolo intellettuale. Solitamente si trovano fuori delle mura cittadine; dentro le mura se ne trovavano poche, tra queste, le ville Mattei, Medici, Aldobrandini, Mills. 
La tipologia della villa romana si affermò nel XVI secolo. La villa rendeva manifesto lo status sociale e culturale dei proprietari, grazie all’esibizione di opere d’arte, di giardini ricercati, arredati con preziose sculture antiche e moderne, dove facevano bella mostra di sé piante e fiori pregiati. Nel 1610 Ciriaco Mattei, “creatore” dell’omonima villa, ben sintetizzò nel suo testamento lo spirito che guidava gli antichi proprietari delle ville romane: “quel giardino per prima et da quaranta anni sonno era vigna, et io con molta spesa et sollecitudine et tempo l’ho redutto in forma di giardino [… ] qual giardino è stato anco di molta mia ricreazione et trattenimento, et di esercizio di virtuosi et di reputazione non poca della casa, essendo visto et visitandosi giornalmente non solo da personaggi et gente di Roma, ma da forastieri, con buona lode et fama, il che sia detto senza ostentazione et vanagloria ma solo per la verità et per esortazione delli miei posteri a conservarlo”.

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ИНТЕРВЬЮ С ДЕЯТЕЛЯМИ КУЛЬТУРЫ. Tonino Guerra in un’intervista di Sergej Iezuitov

Signor Guerra, mi permetta innanzitutto di farle le mie congratulazioni per il Premio Gogol’. Lei è la prima personalità a cui è conferito il premio ad essere scrittore, poeta e sceneggiatore. Che cosa rappresenta per Lei la letteratura russa?
- Vorrei in primo luogo ringraziare la fondazione «Centro Presidenziale Boris El’cin» per il Premio Gogol’, uno scrittore enigmatico e grandioso, uno scrittore che mi ha aiutato a lasciare da parte il riserbo e sfidare le mie possibilità.
La Russia vanta una quantità incredibile di grandi scrittori. Credo che siano stati il presupposto per la letteratura di oggi e di domani. Tolstoj, Dostoevskij… Adoro Oblomov. Dio mio, perché non sono stato io a scriverlo?!

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Maria Luisa Spaziani in un’intervista di Aleksandr Sergievskij

Cosa rappresenta e ha rappresentato, per Lei, Nikolaj Gogol’? Che rapporto ha con la sua opera? Ritiene che la sua eredità abbia influito in qualche modo sullo sviluppo della letteratura italiana? E come valuta il ruolo del Premio Gogol’, istituito nella sua seconda patria, ossia Roma?
- I racconti di Gogol’ sono state una delle prime letture che ho fatto fuori dell’ambito della mia lingua. E poi Il Cappotto, naturalmente. Tanto è vero che quando ne hanno fatto un film, mi hanno intervistato per sapere perché questo Cappotto fosse così importante. E io ho detto che è una metafora della vita. Gogol è lo saggista in persona. Perché è ovvio, noi ci mettiamo tanto, tanto, tanto a costruire qualcosa, per comprare qualcosa, allevare i figli pensando al loro avvenire, e poi succede sempre qualcosa che ce lo porta via. Le traduzioni delle opere di Gogol’ in Italia sono molte. 

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ESSERE FEDELI AL PROPRIO LAVORO. Daniela Di Sora in un’intervista di Aleksandr Sergievskij

Due anni fa festeggiava i primi 15 anni di vita la casa editrice romana Voland, appartenente alla ben nutrita schiera della piccola e media editoria italiana che propone sul mercato librario i progetti editoriali più vari, seppur a bassa tiratura, agendo quasi sempre con lungimiranza nel mare della domanda e dell’offerta. Le tirature di case editrici di questo tipo non sono in genere alte, gli indicatori quantitativi in quanto a produzione non sono paragonabili ai numeri delle grandi case editrici, e Voland non è qui un’eccezione: ogni anno pubblica intorno ai venti titoli, e in tutto a oggi figurano in catalogo poco più di 200 opere. Voland è nata in un periodo in cui molti editori mostravano un vivo interesse per l’estero, interesse animato anche dalla nota «perestrojka» in URSS e orientato perlopiù alla letteratura dei paesi dell’Europa Orientale, in primo luogo russa e, non a caso, difatti, la casa editrice ha aperto i battenti con «bestseller» come Lev Tolstoj, Gogol’ e Stanev.             

Voland è inoltre una delle case editrici più elitarie di Roma per letteratura proposta di alto livello dei generi più diversi, e si è già guadagnata il posto che le spetta nel mercato librario ed editoriale nazionale come testimonia la sua presenza pluriennale al Salone del Libro di Torino e alla Fiera della piccola e media editoria di Roma.
Conosco l’editore di Voland, la slavista Daniela Di Sora, da ben vent’anni, dai tempi in cui aveva soltanto concepito l’idea di un proprio progetto editoriale, allora insegnava all’università di Pisa e si occupava di traduzione letteraria, perlopiù dal russo (negli anni ’80 i lettori italiani conobbero la prosa di Vladimir Makanin proprio nella sua «interpretazione»). Quando, invece, un paio di anni dopo il progetto di Voland andò a buon fine e noi iniziammo a vederci più spesso, capii che mi sarei potuto rendere estremamente utile per la casa editrice e così per cominciare presentai a Daniela un mio vecchio amico, il romanziere moscovita Vladimir Šarov con la sua opera Do i vo vremja [Prima e durante] pubblicata a Mosca. Daniela firmò un contratto con Šarov e nel 1996 il libro entrò a far parte del catalogo della casa editrice tra le prime opere di letteratura russa contemporanea, mentre la nostra collaborazione in questa direzione continua tuttora.

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EINAUDI E ADELPHI SONO DIVENUTI UNA COMPONENTE IMPRESCINDIBILE DELLA CULTURA ITALIANA. Anna Raffetto in un’intervista di Aleksandr Sergievskij

 

Da quanto tempo la casa editrice Adelphi è presente nel mercato librario italiano? Quando e da chi è stata fondata?
Nel luglio 1961 Luciano Foà, Segretario generale dell’Einaudi, lascia la Casa editrice torinese per fondare a Milano l’Adelphi (dal nome greco che significa «fratelli, sodali»). Con Foà collabora fin dalla prima ora il grande intellettuale Roberto Bazlen, e in seguito studiosi del calibro di Giorgio Colli, Sergio, Solmi, Claudio Rugafiori; al gruppo fondatore iniziale si unirà subito il giovanissimo Roberto Calasso che nel 1971 assumerà la guida della Casa editrice in qualità di Direttore editoriale. Dal 1990 Calasso, ormai già scrittore affermato, ricoprirà anche la carica di consigliere delegato dell’Adelphi, e a partire dal 1999 ne diventerà il Presidente.

Qui apro una breve parentesi e aggiungo a quanto detto dalla mia interlocutrice che la casa editrice «Adelphi», fondata da Luciano Foà (1915 2005), critico letterario, esperto editore, ma anche manager di talento, con la partecipazione di Roberto Olivetti, erede della celebre società, fin dai primi anni di vita si è distinta per una politica innovativa sul fronte del mercato editoriale e librario italiano. Foà tentava in primo luogo di svincolarsi dai consueti canoni ideologici a cui si faceva riferimento e a cui tuttora fanno riferimento alcuni suoi colleghi nella selezione del materiale. Foà aveva deciso di percorrere la propria strada ampliando in particolare lo spettro della letteratura tradotta attingendo da correnti e latitudini diverse e ponendo in primo piano la qualità e la novità della produzione libraria. Foà ha dedicato particolare attenzione agli scrittori della Mitteleuropa, all’epoca poco tradotti in Italia, da Nietzsche a Hesse a Walzer, agli autori americani come Philip Roth e gli scrittori della «Beat generation» allora sconosciuti al grande pubblico dei lettori italiani, a correnti come la letteratura spirituale orientale, i miti dei popoli della Terra (compresi i miti antichi), alla filosofia del buddismo zen, all’arte europea del XX secolo e altro ancora. D’allora, il logo di «Adelphi», un antico pittogramma cinese che simboleggia «la morte e la rinascita» e ricorda le sagome di due figure umane, è divenuto garanzia di qualità di forma e contenuto. «Adelphi» non è certo la prima casa editrice italiana in termini strettamente editoriali quali tiratura, distribuzione etc., ma fin dall’inizio ha occupato una propria nicchia nel mercato della produzione libraria e persino nelle difficili condizioni economico-finanziarie degli ultimi anni continua a influire significativamente sul carattere del processo editoriale e sulle priorità dei lettori italiani. Dal 2006 quasi metà delle azioni «Adelphi» appartiene al maggior gruppo editoriale italiano «RCS Media Group», che possiede inoltre le case editrici «Rizzoli», «Bompiani», «Fabbri», «Marsilio» e altre. 

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Андрей Битов. Пятое измерение. Отрывок из эссе "Гоголь - 1973"

Очень  трудно  находить  что-нибудь  в  Гоголе, вплоть  до  смысла – тогда  Гоголь как-то скукоживается, увертывается. Гоголь  прячется, а  когда  вы наконец  найдете – это  будет  не  то, не  он : не  вы  его  нашли, а  он  сам  высунулся, где  не  ждали, где  нет  места вашим  о  нем  представлениям, где  его  вчера  не  было. Тот  Гоголь  уж не  там, где  его  помнишь, этот – не там, где   его  ждешь. Очередность  Ноздрева  и Собакевича  не очевидна, а  где  Плюшкин – вы просто  никогда  не  узнаете… И  сколько  ни  листай, сколь  ни  старайся  узнать  ПРО  ГОГОЛЯ, в  комнате останется  только  след  смеха, тень  носа  и  запах  легкой  нечистой  силы.
… Кажется, единственное что  Розанов  не  мог  себе  представить, - это “то, что  Гоголь  перекрестился “.
Однако  вот  его  последние  строки:
“Помилуй  меня  грешного, прости, Господи! Свяжи  вновь сатану  таинственною  силою  неисповедимого  креста!
Как  поступить, чтобы признательно, благодарно и  вечно  помнить  в  сердце  моем  полученный  урок?“
Как  поступить…
Это  больше, чем  перекреститься.

 

ИНТЕРВЬЮ С ПЕРЕВОДЧИКАМИ. Alessandro Romano in un’intervista di Anna Jampol’skaja

Per un traduttore professionale il tuo è un caso abbastanza raro: da diversi anni ti occupi infatti dello stesso autore, Gogol’. Possiamo dire che in Nikolaj Vasil’evič hai trovato un’anima affine?
Il fatto è che non posso davvero definirmi «traduttore professionale»: per diverse ragioni, questa attività è stata quasi sempre in secondo piano, stretta tra il lavoro di turno, il tempo dedicato alla scrittura, gli impegni editoriali e, recentemente, la nascita di mio figlio. Tanto è vero che il lavoro su Roma si è protratto per quasi otto anni, è stato abbandonato e ripreso un’infinità di volte, riveduto, corretto, ampliato.
Curiosamente, quando ho deciso di mettere la parola fine alla ricerca, anche per ragioni di stanchezza, essa ha cominciato a dare frutti insperati, dal sodalizio professionale con la Prof. Rita Giuliani di Roma ai contatti col Prof. Jurij Mann, che forse utilizzerà parte dei materiali raccolti ai fini della nuova edizione accademica delle opere di Gogol’; dalla pubblicazione della novella agli articoli ispirati ai commentari, dal convegno di Roma al premio di quest’anno. Nel momento stesso in cui era netta la sensazione che la montagna di lavoro svolto avesse in sostanza partorito un topolino, considerate le «dimensioni» dello studio, la tendenza si è invertita, e il topolino (poveretto!) ha partorito una montagna di occasioni e soddisfazioni.
Certo, non avrei mai dedicato tante energie a uno scrittore che mi fosse indifferente: saltuariamente svolgo lavori di traduzione con finalità «lucrative», pur riservandomi di scegliere autori o argomenti di un qualche interesse. Ma in fondo, se potessi rimarrei fedele a Gogol’, che per me rimane un autore di riferimento, sia sul piano formale che su quello dei contenuti.

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ИНТЕРВЬЮ С ПЕРЕВОДЧИКАМИ. Il teatro è la mia gioia. Irina Dvizova in un’intervista di Anna Jampol’skaja

 

Irina Dvizova è un’affermata traduttrice e interprete, filologa e docente universitaria… Chiunque abbia avuto occasione di entrare in contatto con il Suo lavoro ha potuto apprezzarne la ricchezza lessicale e il gusto impeccabile uniti a uno straordinario virtuosismo e a un innato senso scenico. Persino durante un lavoro di interpretazione, senza alcuna preparazione, Irina come nessun altro riesce a trasmettere al pubblico il testo collocando pause e accenti al posto giusto e trasformando la traduzione in un piccolo spettacolo teatrale. Ma non si tratta affatto di casualità: Irina Dvizova collabora da parecchi anni con diversi teatri e recentemente lei stessa è salita sul palco del “Piccolo” di Milano per interpretare la parte dell’interprete nella pièce “Pro Turandot”.

Che cosa si prova a interpretare se stessi? È la sua prima interpretazione?
- La prima, in assoluto. Se sarà anche l’ultima, sarà il destino a stabilirlo… Si tratta ad ogni modo di un caso davvero curioso nell’attività traduttiva.
Nell’autunno del 2011 sulla scena del leggendario “Piccolo” di Milano si è svolto il festival “Stagione teatrale pietroburghese a Milano” battezzato dai giornalisti “Ottobre russo”, appunto. A presentare i propri lavori vi erano i più importanti teatri di Pietroburgo e ad inaugurare il festival è stato il teatro “Prijut komedianta” (“Il rifugio dei commedianti”), che ha portato nella capitale dell’Italia settentrionale lo spettacolo “Pro Turandot” diretto dal regista Andrej Mogučij e ispirato alla pièce di Carlo Gozzi “Turandot”. Mi era stato richiesto di eseguire la traduzione simultanea della rappresentazione poiché lo spettacolo si basava sull’improvvisazione e la “fugace scritta scorrevole al LED”, da tempo diffusasi nei teatri italiani, era del tutto inaccettabile. 
Durante l’intervallo il pubblico era stato invitato a non lasciare la sala per incontrare un professore esperto di eunuchi convocato per fare un po’ di luce su un tema di cui si sa ben poco… Trasmessa la comunicazione in simultanea, dovevo coprire nei secondi calcolati a mia disposizione la distanza dalla piccionaia, dov’era ubicata la cabina, al palco… 

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ИНТЕРВЬЮ С ПЕРЕВОДЧИКАМИ. Claudia Scandura in un’intervista di Anna Jampol’skaja

 

Per cominciare una domanda classica: com’è nato il suo interesse per la lingua e la letteratura russe? Forse la sua famiglia ha qualche legame con la Russia? O magari c’era il desiderio di leggere in originale i suoi scrittori e poeti preferiti?
L'interesse per la letteratura russa è nato all'università. In realtà avevo intenzione di studiare letteratura inglese ma un'amica mi trascinò a sentire una lezione di Ripellino, che mi piacque talmente tanto da farmi decidere di studiare russo. Inoltre, mi piaceva il fatto che eravamo pochissimi studenti, 5 o 6, per cui mi sembrava di far parte di un gruppo di eletti che venivano iniziati a un mondo fino allora sconosciuto. 
L'unico legame che avevo con la Russia fino ad allora era rappresentato dal fatto che abitavo con i miei genitori e mia sorella nello stesso palazzo (via Messina, 25) dove abitava Ettore Lo Gatto, il padre della slavistica italiana. Il prof. Lo Gatto aveva una moglie russa che pare fosse emigrata in Italia subito dopo la rivoluzione di Ottobre e di cui si favoleggiava che avesse perso tutti i suoi parenti durante la guerra civile. La loro figlia Anna, Anjuta, le assomigliava molto, — aveva lo stesso viso dagli zigomi alti e gli occhi verdi simili a fessure, — me la ritrovai davanti come insegnante di lingua russa all'Università. Forse per il comune ricordo di via Messina, forse perchè aveva la stessa età di mia madre, siamo state sempre molto legate e per me è stata molto più che un insegnante. 
Quanto ai miei autori russi preferiti, sono stati fin dall'inizio quelli di cui ci parlava Ripellino: Majakovskij, Blok, Pushkin, Pasternak. 

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ИНТЕРВЬЮ С ПЕРЕВОДЧИКАМИ. La Russia mi piace perché fa paura. Paolo Nori in un’intervista di Anna Jampol’skaja

 

Lei è conosciuto sia come scrittore che come traduttore. Come si considera. Cosa le piace di più, scrivere o tradurre?
- Lavoro più sui romanzi, che sulle traduzioni, ne ho pubblicati 15, e di traduzioni 3. Mi sembra, però, in un certo senso, che siano due aspetti dello stesso mestiere. 

Parli dei suoi libri. In un’intervista con Alessandro Catalano e Simone Guagnelli apparsa sulla rivista eSamizdat si dice che il suo personaggio preferito, Learco Ferrari, è un vero eroe del proprio tempo, e che lei, coi suoi testi, è diventato la voce di un’intera generazione. Forse, non la più felice delle generazioni, se è vero che «crede poco nei propri mezzi». Che cosa ne pensa?
Non sono tanto capace, di parlar dei miei libri. Ogni volta che ne esce uno, quando mi chiedono di cosa parla, non so mai cosa dire. Ho un po’ l’impressione che se dicessi una cosa ne escluderei tante altre che forse son la sostanza, invece, del libro. Questo vuol dire, probabilmente, che i libri che scrivo, in realtà non è che li scriva, si scrivono loro, io mi limito a dargli del tempo perché vengano fuori, e dopo quando son fuori, io sono un lettore che vale, in un certo senso, come tutti gli altri lettori, il cui parere non è più interessante di quello di qualsiasi altro lettore. 

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ИНТЕРВЬЮ С ПЕРЕВОДЧИКАМИ. Un traduttore deve sapersi trattenere. Evgenij Solonovič in un’intervista di Michail Vizel’

Evgenij Michajlovič, cito alcune celebri parole di Robert Frost: la poesia è ciò che scompare in traduzione. Che cosa può oboettare a questa citazione? Oltre al fatto, naturalmente, che vi obietta già da alcuni decenni con la sua attività…
- Per cominciare potrei accostare alle parole di Frost come minimo un’altra decina di considerazioni simili di celebri grandi poeti, a loro volta traduttori: Pasternak, Zabolockij e, tra gli italiani, Ungaretti. Indubbiamente non si può non essere d’accordo con Robert Frost e con coloro che condividono la sua stessa opinione. Non è che sia difficile, proprio non si può. Ciononostante, non tutto per forza di cose in traduzione scompare: talvolta si riesce a far emergere e rendere più espressivo parte di ciò che nell’originale è missato dal contesto. Ciò non significa che tale espressività sia un ornamento della traduzione e che il traduttore dopo aver consapevolmente dato rilievo a qualche elemento nella propria versione possa esserne orgoglioso e considerarlo un proprio merito. Quella del traduttore è una professione modesta, il traduttore deve sapersi trattenere, deve saper procedere come un cavallo a briglie tirate, soprattutto se lavora non soltanto con validi autori, ma con grandi poeti.
Credo che si possa parlare più che altro di intraducibilità di singoli componimenti. Esistono testi, versi, poemi di autori di cui puoi tradurre dieci, venti, trenta poesie e alla fine crearne una raccolta in cui, però, non rientreranno alcuni componimenti, i più celebri forse, di fronte ai quali il traduttore si tira indietro perché capisce che sono intraducibili. 

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